Cgil, tutta la Puglia che c'è nello Statuto dei lavoratori

A 50 anni dalla Legge 300, cerimonia della Cgil Puglia nell’Aula Magna del Palazzo Ateneo per ricordare il giuslavorista Gino Giugni, che fondò la cosiddetta “scuola giuslavorista barese”. Gesmundo: vogliamo discutere della Carta dei Diritti, di un nuovo Statuto, per riportare il valore del lavoro al centro della società italiana

20-05-2020 14:42:38

Una piccola stanza con una scrivania da condividere con altri colleghi. È quella che assegnò l’Università di Bari a Gino Giugni quando nel 1960 ebbe incarico di libera docenza. Lì sono stati pensati e scritti alcuni articoli dello Statuto dei lavoratori e nello stesso Palazzo Ateneo la Cgil Puglia ha voluto celebrare i 50 anni dall’approvazione della legge 300, “che portò per la prima volta valori e principi di democrazie e libertà, gli stessi della Costituzione dentro i luoghi di lavoro”, ha sottolineato il segretario generale Pino Gesmundo.

 

“Avrei voluto tanta gente a questa cerimonia, ma sono felice che si svolga qui in questa università dedicata ad un altro grande pugliese, a quell’Aldo Moro che da Presidente del Consiglio, tenne a battesimo nel 1963 la discussione sullo Statuto dei lavoratori – ricordato il Rettore Stefano Bronzini -. Così come il primo a parlare di Statuto fu Giuseppe Di Vittorio, e ancora questa terra di Puglia ha dato il suo contributo nella stesura finale con un gruppo di studiosi guidati da Giugni. E il mio ricordo oggi va alla sua allieva prediletta e straordinaria rappresentante della scuola giuslavorista barese, a Lauralba Bellardi venuta a mancare da pochi giorni. Siamo fieri che ci sia tanta Puglia e tanta di questa università nello Statuto che oggi celebriamo”.

Di giornata non solo celebrativa ma che “deve aprire, almeno è quel che spera la Cgil, una nuova stagione di diritti del lavoro, di discussione sulla condizione del lavoro oggi, di come riportarlo al centro della nostra società” ha parlato Claudio Menga, segretario generale della Flc Cgil regionale. “Vorremmo un mondo accademico, della formazione – ha aggiunto Savino Ingannamorte, della Rete della Conoscenza Puglia – che dialoghi con il lavoro, affinché sia in grado di dare risposte all’offerta di lavoro qualificato. Mentre oggi anche chi studia ha spesso davanti a se un futuro di precariato”.

 

“La Legge 300 fu il frutto di una felice congiunzione tra cultura giuridica e movimento di massa che spinsero per la sua approvazione”,  ha ricordato Roberto Voza, Direttore del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Bari. “Le più grandi riforme di diritto del lavoro di quel periogo, dalla legge sulla giusta causa di licenziamento quindi allo Statuto e poi la stessa riforma del processo del lavoro del 1973, portano la firma della progettualità di Gino Giugni, nel periodo in cui costruì e condusse la Scuola di Diritto del Lavoro. Portando tutele e libertà fondamentali nei luoghi di lavoro”. Voza ha quindi consegnato copia del verbale , “che abbiamo ritrovato nell’archivio del Dipartimento”, in cui il Consiglio di Facoltà nel 1960 affida a Giugni l’incarico di docenza. Sarà l’inizio non solo della cosiddetta “scuola barese” di giuslavorismo, “perché poterà in queste stanze una cultura riformatrice e anche sensibilità nuove”, ha ricordato Giuseppe Moro, Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche. “Lui diceva di essere guardato con sospetto dai colleghi, accusato di essere un mezzo sociologo. Ecco un grande merito che va riconosciuto a Giugni è l’essere stato portatore di un approccio interdisciplinare al giuslavorismo, collegando il diritto alle altre scienze sociali”.

 

Una stagione, quella della “scuola barese” che il segretario della Cgil Puglia, Gesmundo, chiudendo la breve cerimonia ha ricordato come “vanti ancora oggi studiosi di altissimo valore accademico, con i quali confrontarsi quasi quotidianamente è uno stimolo enorme per chi fa il nostro lavoro. A loro va il nostro grazie”. Uno Statuto che puntava, per citare Di Vittorio, “a  dare centralità sì al lavoro ma soprattutto al lavoratori, all’uomo, che non poteva essere ridotto a merce. Ebbene abbiamo trascorso quasi metà della vita dello Statuto a difenderlo da attacchi che ne hanno minato le fondamenta, basti pensare alla giusta causa circa i licenziamenti. Norme di civiltà, diritti finiti sotto attacco, il lavoro svalutavo nonostante fosse considerato dalla Costituzione elemento centrale della società”. Da qui la necessità di aggiornare quella legge, “di tornare a rimettere al centro gli uomini e le donne, chi lavora, mettendo in capo alle persone i diritti a prescindere dal lavoro o dal contratto. Questa è la proposta della Carta dei diritti universali per la quale la Cgil nazionale ha raccolto un milione e mezzo di firme, offrendola come documento aperto, di confronto con politica e gli altri soggetti sociali. E per la cui scrittura ancora una volta ci si è avvalsi di autorevoli esponenti del giuslavorismo barese”. Cambia il lavoro, la sua forma, i suoi luoghi, “e vanno aggiornate le regole, dando risposte soprattutto al precariato dei più giovani, che non può essere l’unico orizzonte possibile. Come non può essere che mentre ci interroghiamo su come governare l’innovazione, mentre pensiamo a diritti per chi lavora sulle piattaforme digitali, siamo ancora alle prese con forme arcaiche ma assieme moderne di sfruttamento, pensiamo al caporalato e al lavoro agricolo, ma non solo. Serve a questo paese una grande discussione sul valore del lavoro, che deve tornare a essere centrale nella società ma anche come elemento di sviluppo vero, sano, sostenibile”.

 


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