Il lavoro in Puglia: precariato, paghe basse e donne penalizzate

La Cgil regionale ha analizzato in chiave regionale alcuni indicatori del Rapporto Bes 2019 dell’Istat. Gesmundo: scarsa propensione a innovazione spinge a “lavori sovraistruiti” e a emigrazione giovani laureati. Servono investimenti pubblici in infrastrutture e ricerca per creare buona occupazione 

24-01-2020 13:45:56

Un paese fortemente diviso, che negli anni della crisi ha visto ampliarsi lo storico divario territoriale Nord Sud, non solo in termini di reddito ma anche per molteplici aspetti della vita sociale ed economica. E una Puglia che, pur vantando indicatori migliori delle altre regioni del Mezzogiorno, fa i conti con un peggioramento della qualità del lavoro e il rischio di un declino demografico legato da un lato al calo delle nascite, dall’altro a una emigrazione che in larga parte riguarda i giovani e soprattutto quelli più istruiti. A fronte di un sistema produttivo ancora fatto prevalentemente di piccola e piccolissime imprese con scarsa propensione all’innovazione e bassa domanda di lavoro qualificato.

La denuncia: occupazione cresce ma peggiora qualità del lavoro

È questo in sintesi lo scenario che emerge dall’analisi del Bes 2019 dell’Istat, una analisi in chiave regionale fatta da Elisa Mariano e Giuseppe Lollo per la Fondazione Rita Maierotti, il primo lavoro dopo la nuova organizzazione regionale che si è data il centro studi e archivio storico. “Una base dati utile a noi per conoscere come cambia la struttura occupazionale in termini qualitativi e su quella base misurare le nostre proposte e avanzarle agli attori istituzionali e politici”, afferma il segretario generale della Cgil Puglia, Pino Gesmundo. “I numeri confermano quello che il nostro sindacato denuncia da tempo, avendo una presenza capillare nei luoghi di lavoro e nei territori. Che l’occupazione aumenta, ed è un bene, ma cresce il lavoro povero e precario, soprattutto a tempo determinato e part-time, quindi con bassi salari. Non è che questo che serve al Sud e alla Puglia per rilanciare i consumi interni, frenare l’emorragia demografica, rafforzare il sistema economico”.

“Gli indicatori selezionati – spiega Elisa Mariano – lungi dall’essere esaustivi, descrivono comunque come sta cambiando il mercato del lavoro e sono importanti perché proprio il Bes è diventato un parametro di riferimento con cui si misura la qualità delle politiche messe in campo e quindi base di confronto con le istituzioni, che va oltre il solo Pil o situazione reddituale. Così come per il lavoro non tiene conto soltanto dell’indicatore, pur cruciale, con cui siamo abituati a confrontarci, e cioè quello del livello di occupazione. Per inquadrare correttamente le evoluzioni in corso nel mercato del lavoro occorre allargare lo sguardo anche alla qualità del lavoro e alle dimensioni da cui è determinata, come la stabilità, la sicurezza, la retribuzione, la corrispondenza tra mansione svolta e competenze”.

Il lavoro in Puglia: paghe basse, occupati sovraistruiti, donne penalizzate

L’occupazione cresce nella nostra regione dell’1,3% per un tasso del 49,4%. Ma clamorosa è la differenza di genere: se infatti il tasso di occupazione degli uomini è simile alla media italiana (63,7%) le donne si fermano al 35,6%. Gli indicatori che misurano la conciliazione tra vita e lavoro mostrano una difficoltà da parte delle donne con figli piccoli ad entrare nel mondo del lavoro. E sempre le donne sono le principali vittime del part-time involontario: complessivamente in Puglia interessa il 14% dei lavoratori (era l’8,9% nel 2010) mentre tocca quota 23,7 se si analizza invece il solo dato femminile. Il dato medio del part-time al Nord si attesta a livelli più bassi 10,3%, così come più facilmente nel settentrione chi è impegnato in lavori precari vede stabilizzare il proprio rapporto. Al Nord la percentuale è del 17,6% al Sud il 10,8%. In Puglia gli occupati con lavori a termine da almeno cinque anni solo il 24,6%.

Elementi qualitativi che trascinano verso il basso anche le retribuzioni: nella regione i lavoratori con bassa paga (si intende con una retribuzione oraria inferiore a 2/3 di quella media) sono il 18,3% (dato Italia 10%). E ancora una volta le donne sono le più penalizzate, per loro la percentuale è del 23,4.

Un elemento legato alla scarsa innovazione che caratterizza il sistema produttivo (la spesa per ricerca è lo 0,8% del Pil, la propensione alla brevettazione dice di 12,3 brevetti per milione di abitanti contro una media Italia di 75,8) determina anche un numero alto di occupati sovraistruiti – 24,1%, erano il 17,8% nel 2010 - ossia che possiedono un titolo di studio superiore a quello posseduto per svolgere la stessa professione. A dimostrazione della bassa qualità di domanda di lavoro che arriva dalle imprese e che spinge anche tanti giovani laureati ad emigrare: ogni mille laureati 23,9 lasciano la Puglia.

Gesmundo: servono investimenti e qualificare ancor più la spesa

“Lo spaccato che emerge dai dati analizzati, incrociati con le crisi produttive aperte – 59 fascicoli già aperti al tavolo della task force regionale -, le preoccupazioni per Ilva, Bosch, Banca Popolare di Bari solo per citare le ultime e più importanti vertenze, la riduzione degli investimenti da parte delle grandi imprese nazionali a gestione pubblica – penso a Eni, Fincantieri, Enel, Fs, Anas – ci dice che va irrobustito il sistema produttivo”, afferma Gesmundo. “Servono ingenti investimenti pubblici per il Mezzogiorno, in primis in infrastrutture e ricerca per sostenere quell’innovazione che renda più competitive le imprese, capaci anche di rispondere a quella offerta di lavoro qualificato che spinge ad emigrare. Abbiamo proposto alla Regione un tavolo di contrattazione preventiva per provare ad anticipare le crisi, vogliamo già iniziare a discutere di come ancor più qualificare la spesa dei fondi strutturali per la prossima programmazione, con un’attenzione particolare al settore agroalimentare che ha pagato i ritardi del Psr. Così come vanno date risposte sul piano del welfare e dei servizi socio assistenziali soprattutto a quella parte di popolazione più debole, a chi vive con paghe o pensioni basse. La Cgil c’è sempre stata con le sue proposte, vorremmo la stessa preoccupazione e attenzione a questi dati anche da parte degli altri attori sociali e della politica. Non c’è la fa il Nord senza il Mezzogiorno, non ce la fa il Paese senza i giovani e senza buona occupazione: stabile, sicura, ben retribuita”.


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