Aumentano inattivi in Puglia, Gesmundo: investire su buona occupazione

La Cgil commenta i dati Istat sul mercato del lavoro nel 2020. "Rilanciamo la proposta di lavorare assieme, istituzioni e parti sociali, per costruire quello che abbiamo chiamato Patto per il lavoro e lo sviluppo sostenibile, che disegni un futuro di crescita economica e sociale per i nostri territori"

16-03-2021 14:08:55

“I dati diffusi dall’Istat relativi alle dinamiche del mercato del lavoro nel quarto trimestre 2020 risentono inevitabilmente dalle misure di contenimento dell’emergenza sanitaria che ancora stiamo vivendo, e a nostro avviso comunque certificano una sofferenza che vive la Puglia in termini occupazionali”. È quanto afferma il segretario generale della Cgil regionale, Pino Gesmundo.

Tra i dati positivi quello relativo alla città metropolitana di Bari: “È vero che l’Istat ci dice che il numero totale di occupati rimane stabile, 113mila unità, nel 2020 come nel 2019, mentre il tasso di disoccupazione cala. Ma questo dato cala perché misura il rapporto tra persone in cerca di occupazione e forza lavoro. Quindi, a parità di occupati, aumentano le persone che un lavoro non  lo cercano più, infatti il tasso di inattività passa dal 40,5 al 41%. Numeri non bassi se pensiamo che al Sud fanno peggio solo le città di Napoli, Palermo e Catania, mentre il tasso di inattività nel centro nord oscilla tra il 24 e il 29%”.

Stessa dinamica, ricorda la Cgil Puglia, che si osserva a livello nazionale, dove nel 2020 a fronte di un calo dell’occupazione di 456 mila unità si associato una diminuzione della disoccupazione, perché vi è una forte crescita del numero di inattivi.

“La domanda che dobbiamo farci è perché le persone non cercano più lavoro – commenta Gesmundo -. Magari perché sono donne, le più colpite dalla pandemia - il 70% dei posti di lavoro persi in Italia nel 2020 hanno riguardato donne -, perché soprattutto su di loro è ricaduto il lavoro di cura durante la pandemia, dall’assistenza ai figli costretti a casa con le scuole chiuse o agli anziani non autosufficienti. Ma non si cerca più lavoro anche perché sfiduciati, perché stanchi di lavori precari, sottopagati, in grigio, che non permettono di vivere degnamente, che magari non riconoscono i titoli e i percorsi formativi su cui si è investito”.

E allora alcuni dati vanno aggiunti per fotografare meglio il mercato del lavoro pugliese, “dal punto di vista qualitativo oltre che quantitativo. La Puglia è tra le ultime regioni in Europa per divario di genere, cioè tra occupazione maschile e femminile, quasi 30 punti percentuali. Ancora, in Puglia abbiamo il 17% dei dipendenti con bassa paga – peggio in Italia fanno solo Sicilia, Calabria e Campania – vale a dire persone che hanno una retribuzione oraria inferiore dei due terzi a quella mediana. Sempre la Puglia con il 25% è la seconda in Italia per lavoratori che da almeno cinque anni sono impegnati con contratti a termine sul totale dei dipendenti a tempo determinato. Un precariato infinito, dove non si intravede mai stabilizzazione. Infine, abbiamo il 24% dei lavoratori sovra istruiti, cioè che possiedono un titolo di studio superiore a quello mediamente necessario per la mansione che svolgono”.

“Abbiamo un mercato del lavoro dove prevalgono rapporti precari con paghe basse, e il vero dramma oggi è che si è poveri anche lavorando, specie i giovani che sono diventati la fascia d’età più colpita dal rischio povertà, e che la domanda di lavoro da parte delle imprese è ancora una domanda di bassa qualità. In questo senso lo sforzo che va compiuto con l’utilizzo dei fondi e le progettualità a valere sulle risorse del Recovery, è di innalzare la qualità dei processi e dei prodotti del sistema pugliese, in modo da attrarre lavoro qualificato e stabile. Investendo in innovazione e frenando l’emorragia sociale dell’emigrazione giovanile. Puntando a colmare il divario di genere, potenziando reti e infrastrutture. Perché solo il buon lavoro e l’occupazione di qualità trascina sviluppo, produttività delle imprese, aumento della ricchezza generale. Da qui la proposta di lavorare assieme, istituzioni e parti sociali, per costruire quello che abbiamo chiamato Patto per il lavoro e lo sviluppo sostenibile, che disegni un futuro di crescita economica e sociale per i nostri territori”.


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